19.05.2007
Mi trovo ad argomentare di un soggetto che fatalmente si è presentato a bussare la porta dei miei pensieri. Oggi sono qui che imprimo riflessioni riguardanti il destino su di un foglio: perché? Forse perché era destino?
Sorge la domanda: era destino?
L’interrogativo muta il senso del titolo concordato. L’immagine che si proietta ai miei occhi è visionaria ma esprime in sintesi la concezione di destino: scorgo un individuo con sembianze di formica apparentemente debole affacciata su di un burrone che si pone a precipizio sul mondo e quasi con difficoltà egli riesce a scorgere l’orizzonte.
Tutto ciò che viene dopo il burrone è a lui sconosciuto. Egli riesce a definire le forme delle cose, interpreta il paesaggio che incontra, varca porte che mai prima d’ora aveva osato valicare…ma per opera di chi avviene tutto ciò?
La suddetta tesi si può tramutare in una pioggia di interrogativi e l’unico modo per ripararmi da questa perturbazione mentale è quella di aprire l’ombrello della mia convinzione accresciuta dall’esperienza vissuta interpretata secondo la mia chiave di lettura.
ERA DESTINO. È un dato di fatto. Qualcosa di immutabile conseguente all’attuazione di singoli eventi che sommandoli si concludono in un evento predeterminato. Così come il destino è stato letto nelle diverse epoche in chiavi differenti la sostanza rimane la medesima. Noi in quanto esseri umani siamo pupazzi comandati da un burattinaio che si diletta a farci danzare a ritmo del ciclo vitale. I fili invisibili ci sostengono, ci fanno vacillare, danzare, si posssono spezzare definitivamente ma anche aggiustare secondo il proprio credo religioso. Già fin dall’antica Grecia il fato, da scindere dalla definizione di destino era un concetto che nemmeno gli dei potevano sfidare. L’uomo nemmeno attraverso la propria volontà poteva mutare il corso degli eventi. Concetto che si distingue da destino ove un velo di speranza abbraccia l’esistenza umana in quanto l’individuo attraverso la propria volontà ha ancora la possibilità di decidere il destino assegnatoci.
Quest’ultima definizione lascia spazio alla libertà d’arbitrio nella quale il disegno divino dipinto da Dio può essere ancora arricchito o abbruttito dal pittore stesso: noi. Non desidero soffermarmi sulla terminologia di destino in quanto definire è si importante per circoscrivere il significato del termine ma preclude anche l’ingabbiamento al discorso che bramo nel lasciarlo scorrere come foglia al vento senza una destinazione.
Nascere.
Crescere.
Mangiare.
Dormire e
Morire.
La morte. Il lutto. La perdita improvvisa. Per giustificare un evento spesso si formula la classica frase: si vede che era destino. Posso concordare con quest’affermazione se cripto la vita a livello minimalista ma se mi addentro nei meandri dell’esistenza non posso accettare questa realtà così determinata. Immaginiamo uno scrittore: egli crea l’esistenza di personaggi, dona vita e anima ai paesaggi creando la propria opera letteraria, anch’esso il libro ha un destino: essere letto. Ma la destinazione finale del libro non può essere dettata da un direttore d’orchestra poiché tutto è in continua evoluzione- regressione – ribellione - rivoluzione. Io leggo un libro ed oggi quel libro era destinato ad aprire la mia mente ma domani quello stesso libro potrà avere altro effetto se letto in condizione differente. A questo punto qual’era il destino del libro? Ne aveva più di uno? Devo considerare il destino originale o il destino mutato nel tempo?
Certezze non esistono ma amo immaginare che nulla se era destino, è destino e lo sarà. Se si nega l’esistenza di uno di conseguenza tutto viene compromesso. Non azzardo negare l’esistenza del destino ma azzardo vivere secondo le mie leggi che non sono imposte da nessuno. Solo dal mio volere: insisto in me partorito dalla voglia di respirare aria che vola libera da virus che vogliono insediarsi negli uomini al fine di renderci omologati.
Nascere.
Assaporare.
Carpire.
Sognare.
Amare e morire.
Non era il destino di tutti. Non lo è e non lo sarà.
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